Lunedì, in Consiglio comunale in Sala del Tricolore, il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari è intervenuto sulla vicenda di mercoledì scorso, quando un giovane nudo con problemi psichici, si è lanciato in una corsa che, partendo dalla zona della stazione, lo ha visto attraversare la circonvallazione, fino ad arrivare in viale Umberto, tra l’incredulità e la preoccupazione dei passanti e seminando scompiglio nel traffico cittadino. L’uomo, infatti, è salito su alcune vetture in transito, danneggiandole, mettendo a repentaglio la propria sicurezza e quella di chi in quel momento era alla guida. Il Comune ha poi precisato nei giorni che sono seguiti al fatto che risarcirà chi ha subito danni alla propria auto.

Ha detto il sindaco Marco Massari: “Mercoledì mattina un uomo nudo e scalzo, in un momento di chiara difficoltà psichica, ha corso lungo le strade della nostra città, tra il traffico cittadino, esponendo se stesso e altri cittadini a una situazione di rischio – ha detto il primo cittadino – A tutte le persone che si sono trovate coinvolte va la mia comprensione: la paura, lo smarrimento sono reazioni umane e legittime davanti a ciò che appare incomprensibile e improvviso.

Ma proprio partendo da questo episodio e dal suo significato mi sono posto, ancora una volta, una domanda: cosa rende una città una comunità civica?

Ci sono versetti del Vangelo che sicuramente molti conoscono: ‘Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’. È un richiamo potente, che non riguarda solo la fede, ma il modo in cui scegliamo di stare insieme.

Quel giovane che abbiamo visto per strada non è uno spettacolo, non è un bersaglio. È una persona. Una persona fragile, che in quel momento aveva bisogno di cura, di protezione, di dignità, di umanità. Invece, di fronte alla fragilità, è scattata la derisione, la cattiveria e perfino il razzismo. Si è espresso un giudizio rapido, una condanna facile.

Perché è facile puntare il dito: contro chi avrebbe dovuto vigilare, contro chi è diverso, contro chi ci mette a disagio. Ma gli ammalati, gli emarginati, i fragili non sono un problema da allontanare, sono una domanda che ci riguarda. Ci disturbano perché incrinano la nostra idea di normalità, perché ci ricordano che nessuno è davvero al riparo.

Forse, allora, un primo passo possibile è semplice e difficile insieme: non trasformare la sofferenza di qualcuno in motivo di ludibrio e polemica, ma provare a sospendere il giudizio e a svegliare la compassione, che non è altro che la consapevolezza che in quelle condizioni avremmo potuto esserci anche noi, se la vita ci avesse esposto a meno cure, a più solitudine, a più violenza o alla malattia. Questo episodio non è solo il gesto di una persona fuori controllo. È il segno di un dolore che non sempre riesce a trovare risposta”.

E ci richiama alla responsabilità di costruire una città capace di prendersi cura: con servizi adeguati, con risorse, ma anche con uno sguardo meno duro, meno censorio, più umano. Sono d’accordo con chi dice che non deve succedere. Credo esistano luoghi e momenti in cui sarà giusto interrogarsi su come prevenire, su come agire perché il disturbo mentale non diventi pericolo per la sicurezza pubblica, non arrechi danni a persone o cose.

Ma non possiamo dimenticare che siamo esseri umani in un contesto sociale, persone in mezzo ad altre persone, ognuna con un suo portato di sofferenza, con una sua storia e una sua identità. Una comunità civica si riconosce anche da come tratta i più fragili. Sta a noi decidere se essere una città che giudica o una città che comprende, rispetta e cura. Io sono sicuro che Reggio Emilia scelga ogni giorno la seconda strada”.