E’ ripreso il processo ad Alessandria sui fatti della Cascina Spiotta, quando durante un blitz per liberare l’imprenditore del vino Vittorio Vallerino Gancia, morirono il carabiniere Giovanni D’Alfonso e uno dei capi delle Brigate Rosse, Margherita Cagol, detta Mara, origini trentine e compagna dell’ideologo brigatista, Renato Curcio, anch’egli imputato nel dibattimento in Corte d’Assise, come l’ex capo della colonna romana Mario Moretti e il reggiano di Casina Lauro Azzolini, individuato come il terzo uomo che riuscì a darsi alla fuga dopo la sparatoria.

L’ex Br reggiano Lauro Azzolini

Ha scelto di non parlare davanti alla Corte Nadia Mantovani, ex compagna di Renato Curcio, difesa dall’avvocato reggiano Vaine Burani, che era stata chiamata per spiegare come funzionasse l’organizzazione brigatista. Lo stesso ha fatto la moglie di Lauro Azzolini, Biancamelia Sivieri, che doveva essere sentita sulle confidenze che avrebbe potuto farle il marito. In precedenza Lauro Azzolini aveva rivelato: “Io ero li alla Cascina Spiotta. Tutto precipitò in pochi attimi e ci rimisero la vita due persone che non avrebbero dovuto morire”.

Mario Moretti, capo della colonna romana

Renato Curcio, l’ideologo

L’unico a parlare è stato Enrico Fienzi: “Pensavo che il fuggitivo della Spiotta fosse Moretti, ma mi sbagliavo”. È un’impressione condivisa per anni anche con altri brigatisti e storici quella di Enrico Fenzi, professore universitario entrato nelle Brigate Rosse dopo il sequestro Gancia e la morte nel giugno ’75 dell’appuntato Giovanni D’Alfonso e della leader brigatista Mara Cagol: “È stata la prima vittima delle Br – prosegue Fenzi – è diventata un’eroina, un’icona a cui riferirsi”.

Nel dibattimento il reggiano Lauro Azzolini e i leader delle Brigate Rosse sono accusati dell’omicidio del carabiniere, il primo come esecutore materiale, gli altri due secondi come ideologi.